31 ottobre 2009

Itinerari insoliti veneziani: L'antico cimitero ebraico


Percorrendo il lungo la laguna prima di S.Nicolò un gruppo di cipressi conduce al cancello di ferro dell’antico cimitero ebraico, il suo nome è Bet Chaim “la casa dei vivi”. La sua nascita risale al 1389 anno in cui Venezia concesse il terreno che avrebbe ospitato nei secoli i defunti delle varie comunità ebraiche. Il cimitero raggiunse la sua massima espansione nel 1641, dopodiché venne ridimensionato per ampliare le fortificazioni militari del Lido, rimase in uso fino al 1938 quando entrarono in vigore le leggi razziali e successivamente fu abbandonato; solo nel 1999 è iniziata un’opera di recupero che ha portato alla classificazione di oltre 1200 pietre tombali.
E’ un luogo un po’ dimenticato ma di grande suggestione permeato da un’atmosfera magica, romantica e di profonda spiritualità (ha affascinato numerosi scrittori tra cui Byron, Shelley, George Sand, Bassani etc). 
Oggi è un giardino silenzioso fatto da un intreccio armonico di pietre e foglie, alberi e lapidi. La terra, la grande “mediatrice”, rinnova il ciclo vita-morte assorbendo i corpi, le anime, le loro memorie e facendo riemergere felci, fiori, edere e altre piante bellissime e vitali.
Nei cimiteri ebraici ad evocare le vite e gli affetti non ci sono immagini ma parole e metafore melanconiche. In questi luoghi austeri e senza apparente ordine, il corpo viene seppellito direttamente avvolto in un telo bianco, l’usanza è quella di portare ai defunti un sasso e non dei fiori.
Tanti i simboli che narrano la storia delle comunità, delle sue cerimonie e dei suoi riti, ancor più nel cimitero di Venezia che ha assistito nella sua storia alla stratificazione linguistico-culturale delle varie etnie della diaspora ebraica. I segni di questo passato importante si rintracciano nelle lapidi e nelle tombe (finanche ottomane), che gli appassionati possono provare a decifrare. Si scoprono così alcuni significati: i vari labirinti rappresentano i nodi di Salomone con al centro la liberazione; il Menorah (albero della vita con 7 bracci) mette in comunicazione la terra con il cielo attraverso i suoi rami; le mani che versano l’acqua rappresentano la consolazione delle cerimonie (tra cui quella di gettare la terra dietro la schiena per esorcizzare la paura del vuoto); le conchiglie simbolo femminile e acquatico rappresentano la purificazione della rinascita; le lapidi piramidali l’ascesa e le scale i vari gradini della coscienza.
All’interno si scorgono anche i resti dell’antico cimitero protestante che Goethe nel suo viaggio in Italia descrive dettagliatamente.
Affiancato al vecchio, dal ‘700 c’è anche il nuovo cimitero, introdotto da un portale a cuspide, tra le pietre sepolcrali stemmi di famiglie e figure bibliche, anche tombe liberty e razionaliste.

Nelle vicinanze interessante anche il Planetario e la chiesa di S.Nicolò di Myra considerato dai veneziani il protettore di tutti coloro che andavano per mare e celebrato in occasione della festa della Sensa.

Buona visita..! ":-)"

20 giugno 2009

Il nostro posto! --> Risvegli

;-) Dall'editoriale di Concita de Gregorio (agosto 2008)

Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno.
Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto.
Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco.
Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino.

Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo “berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici.
Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato.

Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo. L’Unità è un pezzo della storia di questo Paese in cui tutti e ciascuno, in tempi anche durissimi, hanno speso la loro forza e la loro intelligenza a tenere ferma la barra del timone. Ricevo in eredità - da ultimo da Furio Colombo ed Antonio Padellaro – il senso di un impegno e di un’impresa. Quando immagino quale potrebbe essere il prossimo pezzo di strada, in coerenza con la memoria e in sintonia con l’avvenire, penso a un giornale capace di parlare a tutti noi, a tutti voi di quel che anima le nostre vite, i nostri giorni: la scuola, l’università, la ricerca che genera sapere, l’impresa che genera lavoro. Il lavoro, il diritto ad averlo e a non morirne. La cura dell’ambiente e del mondo in cui viviamo, il modo in cui decidiamo di procurarci l’acqua e la luce nelle nostre case, le politiche capaci di farlo, il governo del territorio, le città e i paesi, lo sguardo oltreconfine sull’Europa e sul mondo, la solidarietà che vuol dire pensare a chi è venuto prima e a chi verrà dopo, a chi è arrivato da noi adesso e viene da un mondo più misero e peggiore, solidarietà fra generazioni, fra genti, fra uguali ma diversi. La garanzia della salute, del reddito, della prospettiva di una vita migliore. Credo che per raccontare la politica serva la cronaca e che la cronaca della nostra vita sia politica. Credo che abbiamo avuto a sufficienza retroscena per aver voglia di tornare a raccontare, meglio e più onestamente possibile, la scena. Credo che la sinistra, tutta la sinistra dal centro al lato estremo, abbia bisogno di ritrovarsi sulle cose, di trovare e di dare un senso al suo progetto. Il senso, ecco. Ritrovare il senso di una direzione comune fondata su principi condivisi: la laicità, i diritti, le libertà, la sicurezza, la condivisione nel dialogo. Fondata sulle cose, sulla vita, sulla realtà. C’è già tutto quello che serve. Basterebbe rinominarlo, metterlo insieme, capirsi. Aprire e non chiudere, ascoltarsi e non voltarsi di spalle. È un lavoro enorme, naturalmente. Ma possiamo farlo, dobbiamo. Questo giornale è il posto. Indicare sentieri e non solo autostrade, altri modi, altri mondi possibili. Ci vorrà tempo. Cominciamo oggi un lavoro che fra qualche settimana porterà nelle vostre case un quotidiano nuovo anche nella forma. Sarà un giornale diverso ma sarà sempre se stesso come capita, con gli anni, a ciascuno di noi. L’identità, è questo il tema. L’identità del giornale sarà nelle sue inchieste, nelle sue scelte, nel lavoro di ricerca e di approfondimento che - senza sconti per nessuno - sappia spiegare cosa sta diventando questo paese; nelle voci autorevoli che ci suggeriscano dove altro sia possibile andare, invece, e come farlo. Sarà certo, lo vorrei, un giornale normale niente affatto nel senso dispregiativo, e per me incomprensibile, che molti danno a questo attributo: sarà un normale giornale di militanza, di battaglia, di opposizione a tutto quel che non ci piace e non ci serve. Aperto a chi ha da dire, a tutti quelli che non hanno sinora avuto posto per dire accanto a quelli che vorranno continuare ad esercitare qui la loro passione, il loro impegno. Non è qualcosa, come chiunque capisce, che si possa fare in solitudine. C’è bisogno di voi. Di tutti, uno per uno. Non ci si può tirare indietro adesso, non si deve. È questa la nostra storia, questo è il nostro posto.

1 giugno 2009

LESS IS MORE: vorrei un mondo migliore


Il progetto unaltropo.com nasce da un moto spontaneo di un animo, da un urlo che cambiare si può e che non ci si deve rassegnare mai, che bisogna agire e fare quello che si può anche solo con le proprie forze nella nostra piccola vita.

E Giacomo questo può: fare un viaggio lungo il fiume PO, una volta fonte e vettore di vita che ora è quasi cosa morta e inutile, un viaggio a remi e vela quasi anacronistico eppure tanto attuale e indispensabile per invertire la rotta, la rotta di un progresso sfrenato e cieco che ci ha fatto dimenticare di quello che siamo stati e di quello che ci fa veramente bene.

Giacomo è una persona semplice che è stato varie cose nella vita attraversando le esperienze più disparate, viandante, ricercatore e documentarista, con una sapienza del vivere con poco o nulla, che oggi vive su una barca nella laguna di Venezia e sa resistere a tutte le condizioni.

Il viaggio lungo il Po è un’esperienza dettata dall’istinto non dal calcolo, che esce dagli schemi classici del viaggio ad effetto e dal bisogno di sponsorship. Giacomo non chiede nulla ma riceve quello che la gente e la strada regaleranno: un’esperienza fuori dai meccanismi del mercato che si autoalimenterà lungo il cammino in maniera spontanea esclusivamente dalla bontà d’animo di chi saprà aiutarlo, dalla necessità di riattivare un economia virtuosa dello scambio, di sentimenti e di cosa gratuite, perché si sentono dal cuore, perchè è giusto e non perché conviene. Chi vorrà donerà spontaneamente e crediamo che un ritorno seguirà in maniera naturale.

Un viaggio senza pretese di educazione, ma con la volontà di puntare la luce su quello che ci stiamo dimenticando: il Po, il fiume come metafora della vita. Andare lenti senza progretti e mete, perdersi lungo il flusso dell’acqua per azzerare tutte le sovrastrutture inutili che ci appesantiscono la vita, le finte sicurezza materiali, fare il vuoto e godere della irresistibile sensazione di libertà di farsi trasportare dalla corrente, dalla forza delle braccia umane, dal vento che soffia, da forze che esistono nella natra e che non dobbiamo generare con conseguente danno ambientale.  Il vero lusso è essere e basta, stare con la sola leggerezza dell’essere e semplicemente essere per stare bene.

Le cose succedono se proviamo ad ascoltare gli altri essere umani e la natura che ci circonda, se facciamo silenzio per un attimo possiamo ascoltare il battito dei cuori dei nostri simili fino a un concerto tamburante in tutto il mondo, se facciamo silenzio anche ora e mettiamo l’orecchio a terra possiamo quasi sentirlo il battito del cuore della terra e di tutti gli esseri viventi…

Un viaggio che può essere la chiave per ritrovare la nostra vera natura e lasciare i pesi inutili, godere della circolarità del dono, del tutto che va e torna se sappiamo dare e ricevere.
La vera felicità non è avere cose, ma la consapevolezza che attrae le cose, la prosperità è un modo di vivere e pensare non avere cose, la povertà è un modo di vivere e pensare e non la mancanza di cose... :-), less is more

http://unaltropo.com




Alle volte la realtà supera la fantasia..

Nello scandalo della pornopolitica  italiana, ormai la realtà supera la fantasia, ogni giorno si leggono nuove e incredibili vicende nemmeno immaginabili dalla mente perversa del più spregiudicato sceneggiatore di soap opera sottocosto..
Siamo diventati un paese ridicolo che dall'estero guardano con un misto di ironia e disprezzo, la nostra credibilità e rettitudine hanno toccato i limiti più bassi della storia patria a causa di un personaggio che gli ialiani continuano inspiegbilmente e votare. 
Ma allora ci viene da chiderci come sia possibile: dobbiamo veramente pensare che siamo diventati una dittatura telecratico populista, che il dominio sui media ha fatto scivolare lentamente le menti degli italiani in un torpore annichilente tra pomeriggi al centro commerciale e serate davanti ai reality,  oppure che altra spiegazione potrebbe esserci? Tutto il potere è omai concentrato nelle mani di una persona sola e tutti stanno asservendosi un po' alla volta, solo qualche magistrato e rari giornalisti agiscono liberamente, ma già si vedono i bavagli agli ultimi resistenti.  (minacce nel caso Mills e foto delle festine bloccate..). 
La domanda è dunque quando e come ci possiamo risollevare? dobbiamo attendere l'uscita di scena del dittatore, o l'affermazione del ledear della sinistra Fini, o che la moglie tiri fuori qualche scheletro, che una vallette si ribelli e smarscheri l'impunito, insomma la democrazia italiana è inevitabilmente legata allo scoppio di un tubo e agli effetti collaterali  di un farmaco blu? dobbiamo sperare in un abuso da onnipotenza o in qualcosa che gli scienziati della Pfizer hanno tralasciato...?

Ecco cosa scrivono alcuni tra i principali giornali stranieri:  
 Il Times: "Cade la maschera del clown"s'intitola l'editoriale del Times, il secondo su questa vicenda dopo quello altrettanto duro del 18 maggio, pubblicato al primo posto fra i tre commenti del giorno nella pagina degli editoriali. "La qualità del governo Berlusconi non è una questione privata", afferma il sottotitolo. "L'aspetto più sgradevole del comportamento di Silvio Berlusconi non è che è un pagliaccio sciovinista, né che corre dietro a donne di 50 anni più giovani di lui, abusando della sua posizione per offrire loro posti di lavoro come modelle, assistenti o perfino, assurdamente, come candidate al parlamento europeo", comincia l'articolo. "Ciò che è più scioccante è il completo disprezzo con cui egli tratta l'opinione pubblica italiana. Il senile dongiovanni può trovare divertente agire da playboy, vantarsi delle sue conquiste, umiliare la moglie e fare commenti che molte donne troverebbero grottescamente inappropriati. Ma quando vengono poste domande legittime su relazioni scandalose e i giornali lo sfidano a spiegare legami che come minimo suscitano dubbi, la maschera del clown cala. Egli minaccia quei giornali, invoca la legge per difendere la propria 'privacy', pronuncia dichiarazioni evasive e contraddittorie, e poi melodrammaticamente promette di dimettersi se si scoprisse che mente". 





8 marzo 2008

Cosa significa famiglia oggi




Le stagioni dell’amore

Il 12 maggio 2007 c’è stato a Roma il family day: masse di italiani sono scesi in piazza a difesa della famiglia. Il fatto ha riacceso il dibattito su cosa si intende per famiglia oggi, infatti spesso i giornalisti dipingono 2 modi estremi di famiglia, da un lato quella patriarcale ferma alla metà del secolo scorso, dall’altro quella “zapaterista” o addirittura quella che emerge dai film di Ozpetek che poco ha a che fare con l’idea di unione fondata sul matrimonio e i suoi valori tradizionali. I manifestanti in piazza san Giovanni chiedevano appunto di difendere la famiglia fondata sul matrimonio come unica tipologia di famiglia possibile.
Ma Il dato statistico è che il matrimonio e in pieno calo: si preferisce convivere e sempre meno sposarsi. Chi convive non costringe chi si vuole sposare a non farlo quello che invece succede viceversa fino all'individuazione di due fronti contrapposti: da una parte un neo oltranzismo moralreligioso vuole evitare le unione private mentre dall’altra parte c’è chi vorrebbe per le coppie di fatto (omosessuali o no) gli stessi diritti di chi si dice si sposa“ufficialmente e pubblicamente".
Questa questione che così semplificata sembrerebbe di facile risposta per una democrazia moderna: come è successo in altri paesi Europei ognuno fa la scelta che ritiene piu’ opportuna per la propria etica, religione e per la sua vita pratica ed è tutelato da forme giuridica tipo Dico Pacs etc. simili al matrimonio tradizioale.
In una materia così personale infatti creod che non sia giusto imporre la propria scelta come MODELLO universalmente valido per tutti.
Il concetto di famiglia prima che giuridico o religioso è culturale, legato alla specifica cultura che impregna una società in un determinato momento storico, e questo cambia con il motare dei rapporti sociali: infatti nei secoli si sono avvicendate diversi tipi di famiglie. Per esempio in alcune società la poligamia è ufficiale, in altre è vietata, in altre semplicemente tollerata. Oppure un individuo durante la sua stessa vita può vivere diversi tipi di famiglie, con separazioni e ricomposizioni i figli si trovano spesso in situazioni di famiglie allargate più o meno considerate naturali che vanno da un 1 solo genitore fino a 4 genitori se entrambi i genitori si risposano o ricompongono con altri, ritrovandosi ad avere nuovi fratelli, per poi ritrovarsi da soli etc.
Si potrebbe dire che si è passati dalla famiglia come esperienze totalizzante e permanente a una famiglia come esperienza transitoria e parziale, discontinua o destrutturata.
Nell’era dei co.co.pro. del lavoro interinale, del lavoro a termine, della provvisorietà e della precarietà, non poteva sfuggire alla regola anche uno dei pilastri della società, il matrimonio.
ma come si evolve il matromonio e la famiglia oggi.

L’ISTAT definisce la famiglia:
“UN insieme di persone dimoranti abitualmente nella stessa abitazione e legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi”.

STATISTICHE FAMIGLIE (fonte ISTAT 2005)
Il concetto tradizionale di famiglia in Italia ha subito una rivoluzione sociologica a partire dagli anni ‘70 con le 2 leggi che introducevano il divorzio e depenalizzavano l’aborto,
fino ad allora in Italia si celebravano oltre 400.000 matrimoni all’anno, oggi nemmeno 250.000, (-38%)
I Matrimoni Religiosi sono 169.000 il 66%
10 anni fa i matrimoni civili erano solo il 20% oggi al nord e centro sono più del 50% e nelle grandi città del centro-nord arrivano al 70%, mentre nel sud il matrimonio tradizionali resiste di più (e ci sono anche meno separazioni e meno seconde unioni)
Aumentano i matrimoni misti che arrivano al 13% dove i coniugi sono piu’ diversi tra loro in termini di scolarizzazione ed età (rispetto ai matrimoni tra italiani)
L’età media dello sposo è di 32 anni della sposa di 30 (4 anni di più di quanto avevano i loro genitori quando si sono sposati)
La % di giovani 25-34 anni che convivono coni genitori è del 43% (52% donne e 34% uomini)
Al SUD il 26% delle donne lavorano al NORD il 41%
30 anni fa le famiglie erano 16 milioni oggi sono 22 milioni (+40%) mentre la popolazione è cresciuta solo del 5% a causa delle famiglie poco numerose e dell’allungamento della vita media, (speranza di vita donne 84anni e uomini 78 con un rapporto vedove /vedovi 5 a 1),
Sono aumentati così anche i nonni, che sono una componente essenziale di una nuova tipologia di famiglia allargata dell’Italia postindustriale, hanno infatti un ruolo ancillare fondamentale, un ancora di salvezza per le mamme stressate dal lavoro che nel 40% dei casi gli affidano i nipotini, anche se non vivono con il nucleo famigliare. I nipotini vengono affidati ai nonni e i nonni dopo poco vengono affidati alle badanti..(con un melange interculturale e di linguaggi inedito)
Mentre la figura dello zio diminuisce proprio a causa del maggior numero di figli unici o della minor natalità (a tasso zero se non fosse per gli immigrati, ma una ripresa delle nascite c’è stata negli ultimi 3/4 anni)
Una volta il matrimonio era preceduto dal fidanzamento ufficiale in famiglia, oggi invece da convivenza (che sono passate da 2% al 13%)
L'età media della durata del matrimonio è di 14 anni, mentre all'atto della separazione i mariti avevano mediamente 43 anni e le mogli 40.
Nell’ultimo decennio raddoppio delle separazioni (+57%, 82.300), mentre I divorzi sono aumentati del 74% in 10 anni 47.050; La tipologia di procedimento più comunemente scelta dai coniugi è quella consensuale: l'85,5% delle separazioni e il 77,6% dei divorzi
La media nazionale dell’affidamento dei figli al padre è solo del 5,1%.

In sintesi si può dire:
DIMINUISCONO rapidamente i matrimoni religiosi
AUMENTANO lentamente i matrimoni civili
CRESCONO VELOCI le famiglie di fatto (oggi 600.000 4,4% del totale dei 22 mio di famiglie, mentre 10 anni fa erano solo il 1,6%), i cui componenti hanno di solito un’istruzione e un occupazione più alta della media, vivono più al nord nei centri urbani con uno stile di vita più moderno.
--> 50 anni fa le mamme italiane avevano il 1° figlio a 25 anni oggi a 30 anni,
2,6 è la media dei componenti delle famiglie
46% delle famiglie ha un figlio unico, il 20% non ha figli
Il 5% famiglie è ricostruita (ex coppie di separati)
72% delle famiglie ha un casa di proprietà
Il 96% delle famiglie ha il televisione, il 44% il computer, 80% l’automobile,
l’8% dei padri ha chiesto un periodo di congedo parentale nei primi due anni di vita del bambino

Al NORD quelli che si dichiarano soddisfatti dei rapporti famigliari sono il 40% , al SUD solo il 26% e questo la dice lunga sulla sofferenza che può esistere sotto una situazione di costrizione e conformismo sociale che solo formalmente appare virtuoso.

Il mainstream delle famiglia NORMALE oggi è : si vive un po’ single, si convive prima del matrimonio se la convivenza funziona ci si sposa, ci si separa se il matrimonio non funzione, se va bene la seconda coppia ci si risposa dopo il divorzio, e così si intrecciano una nuova galassie di rapporti in cui le convivenze (intese come long life partner) aumentano ma che effettivamente non si possono più chiamare famiglia come era concepita una volta in senso tradizionale.
Ma allora come dobbiamo chiamare le ns donne se non vogliano andare in piazza per il family day e non vogliamo essere tacciati di immoralità?
COMPAGNA troppo no global
FIDANZATA è troppo old
RAGAZZA troppo young
MOGLIE troppo cattolico tradizionalista
L’ISTAT nella sua definizione di famiglia mette tutti insieme, ma allora il nome e il concetto non è esclusivo di nessuna categoria particolare o di religiosità; O forse bisognerebbe trovare un nuovo nome per le nuove unioni per non offendere chi si sente depositario dell’originale? per cui siamo ancora famiglie in senso ampio finchè l’ISTAT o qualche sociologo non inventa un nuovo nome che entri nel linguaggio comune, come norma consuetudinaria e topos antropologico di fatto.

3 gennaio 2008

Slowtravelling




"..Vi fu sempre nel mondo assai di più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci" (Ruskin)

Viaggiare è un po' come vivere: si scoprono cose e ci si confronta con l'altro. Solo che la vita di tutti i giorni ci fa scoprire poco e confermare molto, e ci fa confrontare solo in confini precisi già conosciuti e più che altro ripeter un copione prevedibile, un meccanismo in cui siamo ingranaggi inconsapevoli. Il viaggiare inteso nel senso vero della parola ci porta verso l'ignoto, non più certo quello di Ulisse o C.Colombo, ma almeno si spera nemmeno quello dei villaggi turistici all inclusive della globalizzazione imperante.
E' chiaro che è difficile da fare in senso vero: i circuiti del turismo ormai arrivano dovunque e l'abitante del luogo visitato spesso è pronto a trattarci come turista non come un essere umano "altro da sè" da incontrare; inoltre se un indiano che ci offre un thè mette a rischio i ns ventri non abituati a certi batteri ma se non ci concediamo il tuffo, il salto, l'immersione totale e anche nella condizione e nel gusto di altri mondi odori e persone non potremmo mai dire di aver viaggiato veramente, rimaniamo nei ns confini fisici e mentali e continuiamo semplicemente a vivere anche se ci troviamo in un altro luogo rispetto al dove abitiamo abitualmente.
Credo che l'ingrediente fondamentale del viaggio sia oltre a rispetto per luoghi e persone che si incontrano, la lentezza che rompe con il ns ritmo quotidiano del dovere fare in un determinato tempo. Oggi tutto al ns vita è scadenzata da tempi e budget time, tutto viene dopo l'altro in una continua rincorsa ad arrivare (non all'andare, non il cammino ma la meta sembra la sola cosa importante) ed arrivare prima possibile, in una parossistica corsa al rialzo, all'ingrasso, all'accumulo inversasamente proporzionale al tempo che abbiamo a disposizione per farlo, e da qui la grande angoscia dei ns tempi.
Infatti anche se la vita media si è enormemente allungata, sembra che non abbiamo mai tempo, è paradossale ma è così e questo crea un disagio che ci fa sembrare le cose dificile in salita, in rincorsa su tutto.. e non riusciamo a goderci ciò che invece di bello cìè nella nostra vita e i doni che Dio o chi per esso ci ha messo a disposizione.
Reimpariamo quindi a guardare vedendo anche negli occhi un uomo, a percepire i dettagli del suo animo, la forma di una foglia, e solo andando lenti potremmo farlo: per cui in vacanza no a tappe forzate da toccare a tutti i costi per dire ci sono stato, al mordi e fuggi da conquistatore (magari facendo la foto senza vedere l'opera ..vedi Louvres la Gioconda..) in modo produttivistico anche nel tempo libero (libero ma non liberato). Almeno i vacanza non ci dovrebbero essere tempi, orari, scadenze ma ci si dovrebbe perdere nelle cose del presente, dell'instante magnifico che si sta vivendo, riprendendosi quel tempo che è naturale dell'essere umano, e che ci farà essere più vicini a noi stessi e magari sentire il ns battito del cuore e sentire che anche altri essere umani ce l'hanno come noi ..,e magari così facendo entrando in contatto con noi stessi e con l'altro scoprire di emozionarsi di nuovo...

Buon viaggio a tutti


26 novembre 2007

Va Tutto bene


Mi ricorda la frase che mi diceva un'amica in momenti non splendidi; ed è quello che banalmente basterebbe dirsi tra esseri umani amorevoli e solidali in qualsiasi momento..
Così chi ha di più può darne agli altri a seconda dei momenti e viceversa con il risultato di creare un bacino globale di armonia. A prescindere dalle ns famiglie di origine o se abbiamo o no l'amore della ns vita, dal lavoro, o dal governo si può e si deve applicare il principio dei vasi comunicanti all'energia umana ogni attimo: così si livellerebbero le differenze (siamo tutti sotto lo stesso cielo e finiamo tutti in equal modo) e le iniquità (la ricchezza e il potere non danno la vera felicità).
Sembrerebbe semplice ma è difficile allo stesso tempo...
Ma basta pensare che se si esce la mattina di casa e si inizia a sorridere alla gente, vediamo che poi tutto il mondo e la vita ci sorridono di conseguenza e noi siamo ancora più ben disposti e così in un circolo virtuoso.
Non sono le cose esterne negative di per sè, è come le vediamo noi che cambia la sostanza, la nostra vita dipende solo da noi e da come la mente vede le cose.
Per cui mettiamoci il sorriso più grande che abbiamo e andiamo verso il prossimo a braccia aperte.., uno sguardo un po' più ampio ci fa vedere l'armonia universale delle cose e questo nuovo atteggiamento può essere veramente rivoluzionario, ..in fondo per essere felici basta respirare... no? ;-) provate la "VTB filosophy".